La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte” recita la famosa filastrocca intonata dai bambini di ogni generazione. A pochi giorni dall’arrivo della “vecchina” più amata (e aspettata) d’Italia, ripercorriamo insieme la storia dell’Epifania, tra folklore e tradizione: dalla scopa di saggina fino alla calza piena di dolcetti o di carbone che quest’anno però vi proponiamo in una versione più gourmet, ideale anche per quei bimbi, come dire, un po’ cresciuti

La Befana vien di notte…

L’incipit “notturno” di questa antica cantilena non poteva esser più adeguato, se non addirittura perfetto, dato che l’origine della Befana si perde appunto nella notte dei tempi.

Gli studiosi di antropologia e di folklore popolare la fanno risalire addirittura alle tradizioni magiche di epoca precristiana, precisamente ad una serie di riti pagani propiziatori risalenti al X-VI secolo a.C. Si trattava di pratiche rituali mitraiche, legate ai cicli stagionali dell’agricoltura, nello specifico a quelli relativi al raccolto dell’anno appena conclusosi e quindi pronto per rinascere come anno nuovo.

Gli antichi Romani fecero proprie queste cerimonie e le inserirono all’interno del calendario romano, come celebrazioni ideali dell’interregno temporale tra la fine dell’anno solare, ovvero il solstizio invernale e la ricorrenza del “Sol Invictus”. L’usanza voleva infatti che la dodicesima notte dopo il solstizio d’inverno, venisse celebrata la morte e la rinascita della natura attraverso Madre Natura. I Romani credevano che in queste dodici notti – il numero 12 non è affatto casuale perché rappresenterebbe i dodici mesi dell’anno – alcune figure femminili volassero al disopra dei campi coltivati al fine di propiziare la fertilità dei raccolti del nuovo anno. Sembra quindi questa l’origine mito da cui proviene il mito della figura “volante”, inizialmente identificata con Diana, dea della luna e non solo della caccia e della vegetazione, più tardi però sostituita con Abùndia, dea dell’abbondanza.

Tuttavia, potrebbe anche essere che la Befana sia collegata ad altra festa romana invernala, questa volta però in onore di Giano e Strenia (da cui origina il termine “strenna”) durante la quale era usanza scambiarsi i regali.

Nella mitologia germanica, la Befana si richiamerebbe alle figure di Holda e Berchta, entrambe una personificazione al femminile della stessa natura invernale, considerate guardiane e protettrici del bestiame, della casa e della vita domestica.

Nella tradizione cristiana, la storia della befana è strettamente connessa a quella dei Re Magi. La leggenda vuole infatti che Baldassare, Gasparre e Melchiorre non riuscendo a trovare la strada per raggiungere Betlemme, chiedessero informazioni ad una vecchietta che indicò loro il cammino da intraprendere. I Re Magi, allora, la invitarono ad unirsi a loro, ma, la vecchina, nonostante le loro preghiere, rifiutò. Non appena però i tre Magi se ne furono andati, la donna si pentì di non averli seguiti e allora preparò un saccone pieno di dolci e cominciò a cercarli, ma non ebbe fortuna. Così iniziò a bussare ad ogni porta, regalando a tutti i bambini in cui si imbatteva i dolcetti che aveva preparato, nella speranza che uno di quei piccoli fosse proprio Gesù Bambino.

La Befana nell’immaginario collettivo

Il termine “Befana” deriva dalla parola greca “Epifania” che significa “apparizione” o “manifestazione”. Viene festeggiata quindi, nel giorno – o per meglio dire nella notte – dell’Epifania, tra il 5 e il 6 gennaio, ricorrenza che solitamente segna la chiusura delle festività legate al periodo natalizio, come recita infatti il ben conosciuto proverbio: “L’Epifania tutte le feste le porta via”.

Nell’immaginario collettivo, la Befana è rappresentata da una vecchia rugosa, gobba e vestita di stracci, che indossa sempre un gonnellone scuro e lungo fino ai piedi, tutto coperto di toppe colorate, con un grembiule con le tasche piuttosto sporco perché coperto di fuliggine, uno scialle di lana, e un fazzoletto in testa che porta legato sotto il mento appuntito e aguzzo. Una visione tutt’alto che affascinante, anzi: la Befana è infatti piuttosto brutta, ricorda quasi una strega dal naso lungo e ricurvo. In realtà però non è una figura malevola ma una vecchina buona – l’aspetto così decrepito è dovuto unicamente all’età – che si muove di notte per tutto il Paese, a cavallo di una scopa di saggina volante – anche questa piuttosto malconcia – e porta in spalla un saccone pieno di piccoli giocattoli, cioccolata e dolcetti ingeneri, sul cui fondo però non manca mai anche una scorta di carbone. Questi doni sono destinati ai “bambini buoni”, mentre a quelli un pochino più cattivelli è riservato solo il carbone. La Befana vola quindi sui tetti delle case, si cala dai comignoli e riempie le calze che i bambini hanno lasciato appese alla cappa o al camino con i regali che si porta dietro. La tradizione vuole infatti che queste calze piene di doni abbiano una valenza propiziatoria e di rinnovamento per l’anno nuovo.

La (nostra) calza della befana

Se è vero che la calza della befana è una ricorrenza da sempre tra le più attese dai bambini, è altresì vero che dentro ogni adulto c’è un bambino che fatica a crescere. E per fortuna, aggiungiamo noi: non c’è infatti niente di più bello (e pieno di soddisfazione) che vedere la faccia estasiata di un bambino quando scarta un regalo che desiderava da tanto, o in questo caso stacca la calza dal camino per scoprire le meraviglie che contiene. Perché quindi non far felice il bambino che è in tutti noi? Certamente non saranno le caramelle e i piccoli giocattoli a suscitare meraviglia, ma se spostiamo la nostra attenzione su qualcosa che faccia felice il palato, possiamo magari riuscire a realizzare una calza “salata” insolita ma al tempo stesso gourmand. Bisogna scegliere soltanto le migliori prelibatezze, come una confezione di Prosciutto Penitente confezionato in buste sottovuoto, un barattolo di crema di lardo al tartufo, un salamino con i pistacchi o uno con le noci, del pecorino al pistacchio di Bronte o del Talamello di Fossa. E per una nota di dolcezza, basterà aggiungere un barattolo di miele di Sulla che si abbina benissimo con i formaggi ed una bottiglietta di aceto balsamico IGP riserva di 11 anni. Et voilà, il gioco è fatto!

E ricordate: il carbone andrà benissimo anche per quei “bambini cresciuti” che sono stati “birboni” durante l’anno passato.

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